23/02/2011 | FATHER MURPHY

Pentitevi dei vostri peccati e buttatevi nell’universo psichedelico e visionario dei Father Murphy, project band nata dall’unione di Federico Zanatta (aka Freddie), Chiara Lee e Vittorio Demarin (aka GVitron), tre anime nomadi che per un lungo periodo vivono separatamente tra Italia, Cina, Stati Uniti e Germania, riuscendo di tanto in tanto a passare qualche mese insieme.

L’ultimo lavoro dei Father Murphy è tra le cose più radicali e incompromissorie mi sia capitato di ascoltare durante quest’anno avaro di stimoli; e ancora una volta, al centro della sperimentazione di Zanatta / Lee / De Marin c’è l’impronta indefinibile della tradizione, un processo che zombiefica quello che si è radicato nella memoria con un gesto che non riesco a definire se non come l’idea di un progressivo deragliamento dell’anima; è un Ep disperato No Room For the weak, lacerante insieme a quell’eco twangy de-genderizzato che si trascina per tutti gli otto minuti di We Now Pray with two hands we now pray with true anger, incubo orrorifico che si confronta con la preghiera predisponendo un territorio desertificato dall’apocalisse; la forza dei Trevigiani sta proprio quì; nell’attitudine ad utilizzare i suoni e la parola in una direzione visionaria; è un concetto materico, fisico, sporcato dal sangue e per niente astratto; astratta al contrario è quella tendenza a servirsi dell’alibi verbale, del sermone, del clericalismo implicito che affligge buona parte delle nostre produzioni parrocchiali incapaci di parlare della realtà che ci circonda proprio perchè ci si avvicinano con una prossimità imbarazzante, allontanandosi dalla ricerca, che è per forza una questione anche interiore. Non è un caso che il percorso dei Father Murphy sia già fuori da questa dinamica grazie a un tour che affiancherà il loro linguaggio a quello di Deerhoof, Xiu Xiu, Sin Ropas per più di 30 date disseminate attraverso gli States. Con questi tre nomi il progetto Father Murphy condivide un approccio libero alla forma, svincolato dalla paura che la tradizione debba essere per forza onorata da una posizione privilegiata, distante, metacritica; in mezzo ai cloni dei cloni dei cloni la loro musica è un calvario vero e proprio, dove il trascinarsi di echi industrial, di una percezione psichedelica che non è mai “citazione” passa attraverso una concezione sincretica dei suoni tanto che l’unica cover presente nell’EP è forse una delle cose più vicine allo spirito di Leonard Cohen che mi sia capitato di ascoltare dal momento in cui si rende irriconoscibile, lancinante, tagliente, capace di uccidere a mani nude; gli unici “ricordi” sono trucchi della memoria personale e mi fanno pensare a quella stagione in cui Bliss Blood e Scott Ayers re-inventavano le intuizioni psichedeliche in una versione pre-formale e sciamanica di quel “linguaggio” abbandonando i ricatti meschini del genere. Splendido.

[da indie-eye di Michele Faggi]

Father Murphy

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